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Galleria d’Arte Maggiore
 
 
Testo di Flaminio Gualdoni *
   
       
 
Dopo intense esperienze formative nel campo del mercato artistico, Franco e Roberta Calarota decidono nel 1978 di fondare la Galleria d’Arte Maggiore a Bologna.
La seconda metà degli anni Settanta è, per il sistema artistico istituzionale e privato italiano, un momento critico di transizione. Alla sostanziale latitanza di un circuito organico di istituzioni pubbliche dedicate al classico moderno e al contemporaneo – solo dal 1974 il museo bolognese è divenuto a pieno titolo Galleria d’Arte Moderna; proprio nel 1978 ha inizio la seconda vita del Pac milanese dopo la lunga chiusura, che avvia la stagione dei nuovi musei: per il Castello di Rivoli si dovrà attendere il 1984, e per il Pecci di Prato il 1988 – è corrisposta una modificazione profonda nello statuto delle gallerie e degli spazi espositivi privati.
   
 
Alessia, Franco e Roberta Calarota
 
Negli anni Sessanta a espandersi è stato soprattutto il modello della galleria di tendenza, in taluni casi addirittura slegato da obiettivi economici primari. Ciò accadeva per ragioni di strategia mondana, le quali rendevano necessario che un gruppo di azione culturale si dotasse di strumenti di mediazione competitivi, con l’obiettivo dell’accoglimento in seno al gusto o alla cultura ufficiale. Non solo: la discontinuità oggettiva, oltre che concettuale, delle opere nuove rispetto a quelle del passato prefigurava inoltre una diversa figura di collezionista, anch’egli in qualche modo “militante” a fianco dei ricercatori, recuperando il modello storico – in parte mitizzandolo – incarnato da figure come Peggy Guggenheim, a Venezia dall’immediato dopoguerra. Quanto fosse mutato lo scenario del decennio era d’altronde indicato, nel 1969, da una mostra che si tenne alla Galleria Civica di Modena, la Prima biennale delle gallerie di tendenza italiane, alla quale partecipavano Apollinaire, Ariete, Bertesca, de’Foscherari, Fante di Spade, Gabbiano, Modern Art Agency, Notizie, Nuova Pesa, Polena, Salone Annunciata, Schwarz, Sperone, Stein, Marconi.
A ciò si aggiungeva la qualità aggressiva delle riviste d’arte dedicate esclusivamente al contemporaneo, come “Flash art” e “Data”, cui non corrispondeva altrettanto rigore e livello in quelle specializzate in classico moderno.
La consapevolezza che spinge Franco e Roberta Calarota è che, a fronte di tale profonda modificazione del sistema artistico, l’elemento che rischia d’indebolirsi oltre il lecito, e di trascolorare immotivatamente, è proprio l’attività di documentazione, conoscenza e mediazione economica ad alto livello del classico moderno stesso, le cui strutture non si sono evolute con pari grado di sofisticazione.
   
 
 
Alessia, Roberta e Franco Calarota, 2009
L’invecchiamento precoce del modello della galleria storica, legato a tòpoi retorici come l’evocazione del salotto borghese, una cultura illuminotecnica e d’incorniciatura ormai datata, la presentazione delle opere come complementi – ancorché autorevoli – d’arredo, rischia di affondare anzitempo generazioni artistiche ancora sostanzialmente incomprese nonostante la loro straordinaria grandezza.
In quello stesso 1978 la scomparsa di Giorgio De Chirico è quella di un personaggio misconosciuto e, nell’opinione anche specialistica, troppo segnato dalle ultime controverse stagioni: solo nel 1979 la memorabile mostra veneziana di Giuliano Briganti inizierà a trarre bilanci seri sulla Metafisica, appaiata proprio al Pac dall’ipercolta e per molti versi geniale “Letteratura, arte: miti del ’900” di Zeno Birolli e dal fondamentale libro di Rossana Bossaglia Il “Novecento italiano”. Storia, documenti, iconografia. L’anno dopo sarà la volta della grande mostra alla GAM bolognese, estesa alla cultura degli anni Venti, curata da Renato Barilli e Franco Solmi, e soprattutto di “Les Réalismes” di Jean Clair al Pompidou, a ricordare anche alla cultura italiana il valore di autori come Sironi e compagni in un quadro finalmente europeo.
 
     
 
* tratto da Not so private. Gallerie e storie dell'arte a Bologna, Edizioni Edisai, Ferrara, 2009
 
       
   

SANDRO CHIA
ANDARE OLTRE

Vernissage
21 gennaio 2012 dalle 17.30