Nel 1995 altre due mostre riguardano grandi scultori, Louise Nevelson e Henry
Moore. Del secondo, in particolare, la Maggiore si fa promotrice con la GAM
bolognese di una grande iniziativa pubblica che porta all’esposizione di cinque
sculture monumentali a far da corona al Nettuno negli spazi cittadini, in
un’occasione memorabile. Nel 1999, ancora, ecco la retrospettiva di Fausto Melotti e,
nello stesso anno, l’avvio di una collaborazione pluriennale con Allen Jones, figura
carismatica della Pop art inglese, che comporta anche l’esposizione delle sue fastose
sculture realizzate in tempi recenti. A Jones vengono dedicate due personali, nel 1999 e nel 2002, quest’ultima doppiata da una mostra curata da Franco e Roberta
Calarota al Palazzo dei Sette di Orvieto. Con la sede espositiva pubblica umbra la
Maggiore ha, in quegli anni, un intenso rapporto organizzativo che la vede produrre le
mostre di Mel Ramos (2001), di Davide Benati e di Matta (2002), di Nino Longobardi
e di Campigli (2003), di Corpora e Pablo Echaurren (2004).
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| Dal Cubismo alla Transavanguardia, veduta della mostra, Galleria d’Arte Maggiore, 2005 |
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Il programma umbro è indicativo dell’evoluzione degli interessi e delle nuove
prospettive ormai assunte dalla Maggiore. All’attività specialistica su alcuni grandi
maestri del Novecento affiancata da iniziative specifiche su figure eminenti del
classico moderno – è il caso di René Magritte nel 1997 – si aggiunge un’apertura sempre
più marcata ai maestri del secondo dopoguerra, e quella alle generazioni giovani.
Detto già della triade Moore, Arman e Nevelson, oltre che del lavoro proficuo su
autori come Corpora e Scialoja, casi rilevanti riguardano da un lato Bengt Lindström,
1997, dunque l’Art autre di cifra nordica, e d’altro canto Mel Ramos, presentato nel
2001 a Bologna oltre che a Orvieto, a svolgere prospezioni non scontate verso l’area
Pop. Ma anche in questo ambito la galleria tende a instaurare un’attività specialistica
su pochi autori scelti, piuttosto che disperdere la propria concentrazione tra i flussi
mutevoli del gusto.
Ecco, dunque, l’avvio del progetto di studio e promozione dell’opera di Leoncillo
Leonardi, che si concretizza in mostre, a partire da quella bolognese del 2002, e
soprattutto nell’avvio dell’archivio generale dell’artista, cui la Maggiore attende in vista
della pubblicazione del catalogue raisonné.
Ecco, di poco successiva ma perfettamente omogenea sul piano concettuale e
progettuale, l’attività su Mattia Moreni, altra figura chiave della generazione grande
del secondo dopoguerra, che alla catalogazione generale affianca mostre come
quella bolognese del 2005 e la grande antologica organizzata da Franco e Roberta
Calarota nel 2008 alla Kunsthaus di Amburgo, al Centro culturale Le Cappuccine di
Bagnacavallo e agli antichi Magazzini del Sale di Cervia.
Ecco, infine, l’opera di riproposizione in Italia di Antoni Clavé, genio catalanoparigino
che incarna uno dei vertici qualitativi ed espressivi della cultura informale
internazionale: due mostre di taglio antologico, nel 1995 e nel 2007, marcano la
continuità dell’opera della Maggiore sull’artista.
S’è detto poi dell’art vivant. Anche in questo caso la galleria, in una logica di
prosecuzione critica tra avanguardia storica e attualità, sceglie, e sceglie
aristocraticamente, alcune figure di alto peso specifico espressivo. Nel 1992 il primo
artista a instaurare un rapporto di operatività lunga con la Maggiore è Nino
Longobardi, esponente della grande scuola napoletana coagulatasi intorno alla
personalità di Lucio Amelio, protagonista di una pittura e di una scultura in cui
centrale è il corpo vivente della pittura. Alla mostra in galleria del 1992 ne seguono
altre, nel 2003 e nel 2006, asseverate dal ruolo attivissimo svolto dalla Maggiore
nell’organizzazione della personale di Longobardi alla Galleria Civica di Modena,
2000, e di quella, già citata, a Orvieto nel 2003.
Nel 1995 a Longobardi si affianca Louis Cane, figura cruciale della Neoavanguardia
francese in cui la pittura ha un ruolo decisivo. Nel 1997 ecco poi la memorabile
mostra Terrazze di Davide Benati, il quale terrà una personale anche nel 2001, il cui
figurare sottile e ipercolto, con geniali distillazioni della filigrana decorativa,
rappresenta una delle voci più autentiche della generazione nata negli anni Settanta.
Nella medesima prospettiva si colloca anche l’avvio, da parte di Franco e Roberta
Calarota, della rilettura dell’opera di Mario Nanni, autore trascorrente dall’informale
all’avanguardia di marca poverista nella Bologna degli anni Cinquanta e
Sessanta, che presenta in galleria, nel 2004, il nuovo ciclo di opere I giochi della
metamorfosi.
Il 2004 segna inoltre l’avvio dell’attività comune con Pablo Echaurren, artista tra i più
vividi e meno scontati dell’arte italiana d’oggi, con una mostra a Bologna doppiata
dalla personale al Palazzo dei Sette di Orvieto.
Ancora, centrale nell’avvio del decennio Duemila è la collaborazione con Fabrizio
Plessi, del quale si tengono tre mostre pressoché consecutive: una dedicata alle opere
storiche nel 2003, Digital Stones nel 2005 e Videoland nel 2006.
L’attività più recente, cadenzata come sempre da occasioni rarefatte e
concettualmente precisate, vede il ritorno della Maggiore sulle generazioni ormai
predilette del dopoguerra, con le corpose personali di Graham Sutherland nel 2007 e,
alla fine dello scorso anno, di Gérard Schneider.