Dadamaino

Dadamaino, pseudonimo di Eduarda Emilia Maino, (Milano, 1930 - Milano, 2004) si distinse come una figura centrale dell’arte italiana del dopoguerra, contribuendo in modo significativo allo sviluppo della sperimentazione spaziale e ottica.

Dopo gli studi classici e artistici consegue una laurea in medicina, professione che non eserciterà mai, scegliendo invece di dedicarsi completamente alla ricerca artistica. Si avvicina all’arte da autodidatta nella Milano di fine anni Cinquanta, entrando in contatto con l’ambiente del Bar Jamaica di Brera e con figure decisive della neoavanguardia italiana come Lucio Fontana, Piero Manzoni, Enrico Castellani e Agostino Bonalumi. Centrale nella sua formazione è il confronto con lo Spazialismo e con le ricerche orientate al superamento della pittura tradizionale, che la porteranno a elaborare un linguaggio radicalmente autonomo.

 

L’esordio ufficiale avviene con la partecipazione al Premio “Cesare da Sesto” a Sesto Calende, mentre nel 1958 tiene la sua prima mostra bipersonale alla Galleria dei Bossi di Milano insieme a Osvaldo Pivetta. Nello stesso anno realizza i primi Volumi, opere monocrome perforate da grandi aperture ovali che trasformano la superficie del quadro in uno spazio reale attraversato dalla luce e dal vuoto. Sebbene il dialogo con i celebri Buchi di Fontana sia evidente, Dadamaino sviluppa fin dall’inizio una ricerca indipendente, concentrata sulla smaterializzazione della forma, sulla percezione e sulla dimensione fisica dello spazio.

Nel 1959 espone provocatoriamente un Volume alla Galleria Brera di Milano e aderisce al clima sperimentale di Azimuth, la galleria-rivista fondata da Manzoni e Castellani, entrando rapidamente nel circuito internazionale delle neoavanguardie europee. Attraverso queste esperienze intreccia relazioni con il ZERO in Germania, il gruppo Nul nei Paesi Bassi e il GRAV a Parigi, partecipando attivamente alle ricerche dell’arte programmata e cinetica.

 

Nei primi anni Sessanta prende parte a importanti esposizioni internazionali, tra cui Nul 62 allo Stedelijk Museum Amsterdam e Zero. Der neue Idealismus alla Galleria Diogenes di Berlino. Parallelamente è tra i fondatori del Gruppo Punto, nato nell’ambito delle riflessioni sull’eredità spazialista di Fontana. In questo periodo sviluppa alcuni dei cicli più significativi della sua produzione, come i Volumi a moduli sfasati, i Rilievi e gli Oggetti ottico-dinamici: opere costruite attraverso perforazioni seriali, sovrapposizioni e strutture modulari che introducono instabilità percettiva, vibrazione ottica e una concezione dinamica dello spazio. Nel 1964 espone al Musée des Arts décoratifs di Parigi per l'esposizione internazionale "Nouvelle Tendance", poi a Palazzo Costanzi a Trieste (1965), alla terza edizione di "Nova Tendencija" (1965) a Zagabria, dove viene invitata a espotre anche nelle edizioni deglli anni successivi.

 

Tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta la sua ricerca si orienta progressivamente verso il colore, il segno e i processi percettivi. Nascono serie come Ricerca del colore e Interferenze cromatiche, nelle quali la superficie pittorica diventa un campo di sperimentazione sistematica regolato da variazioni minime, ritmi e tensioni luminose.  Nel 1970 viene inclusa nella mostra storica presso il Museo Poldi Pezzoli, "Milano 70/70. Un secolo d'arte". Dalla metà degli anni Settanta il segno assume una dimensione sempre più mentale e linguistica attraverso cicli come L’inconscio razionale, L’Alfabeto della mente e I fatti della vita. Quest’ultima, presentata per la prima volta a Milano nel 1979, consiste in una grande installazione ambientale composta da migliaia di segni tracciati manualmente, concepiti come una forma di scrittura primaria e continua, sospesa tra automatismo, memoria e meditazione.

 

Il riconoscimento istituzionale si consolida definitivamente nel 1980, quando Dadamaino è invitata con una sala personale alla 39ª Biennale di Venezia, dove presenta I fatti della vita. Tornerà protagonista alla Biennale anche nel 1990 con una seconda sala personale dedicata al ciclo Il movimento delle cose, serie caratterizzata da sottili segmenti di china dinamicamente tracciati su grandi superfici trasparenti. Parallelamente partecipa a numerose rassegne internazionali dedicate all’arte programmata, cinetica e concettuale, affermandosi come una delle figure centrali della ricerca europea del dopoguerra. Nel 1982 il Museo Butti di Viggiù le dedica una personale mentre al 1983 risale la bipersonale al PAC di Milano. 

 

A partire dagli anni Novanta, importanti mostre antologiche e studi critici contribuiscono alla definitiva storicizzazione della sua opera, riconosciuta oggi come una delle esperienze più originali e radicali delle neoavanguardie europee del secondo Novecento. I suoi lavori entrano nelle collezioni permanenti di alcuni tra i più importanti musei internazionali di arte moderna e contemporanea, testimonianza della crescente rilevanza storica della sua ricerca. Tra questi figurano il Centre Pompidou, dove la sua opera dialoga con le principali esperienze europee del dopoguerra; la Collezione Peggy Guggenheim, che conserva lavori legati alla stagione delle neoavanguardie italiane; il Museo del Novecento, che dedica particolare attenzione alla ricerca milanese del secondo dopoguerra; il MART, punto di riferimento per gli studi sull’arte cinetica e programmata; la GAM Torino e il MAMbo di Bologna, Il Museo MA*GA di Gallarate, oltre a numerose collezioni pubbliche e private in Europa e negli Stati Uniti.La presenza di Dadamaino in queste istituzioni non rappresenta soltanto un riconoscimento museale, ma conferma il ruolo centrale della sua ricerca all’interno delle trasformazioni artistiche che hanno ridefinito il concetto stesso di pittura, superficie e spazio nella seconda metà del Novecento.

Fino alla sua scomparsa, avvenuta a Milano nel 2004, Dadamaino porta avanti una ricerca coerente e radicale, capace di coniugare sperimentazione percettiva, rigore concettuale e tensione poetica. La sua opera è oggi considerata una delle testimonianze più innovative e influenti dell’arte europea del secondo dopoguerra, fondamentale per comprendere gli sviluppi della ricerca spaziale, programmata e concettuale.