Louise Nevelson : Terrecotte e disegni | MIC - Museo Internazionale delle Ceramiche, Faenza | prodotto da Fondazione Calarota con il sostegno di Galleria d'Arte Maggiore g.a.m.
La mostra dedicata a Louise Nevelson, tenutasi nell’autunno del 1996 presso il MIC - Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, si configura come un progetto espositivo di straordinaria rilevanza, capace di restituire al pubblico una fase meno indagata ma decisiva della produzione dell’artista. L’iniziativa, promossa con convinzione dalla Fondazione Calarota e in particolare da Franco Calarota e Roberta Calarota, trova proprio nella loro visione il suo nucleo più autentico: non soltanto sostenitori, ma veri e propri ideatori e curatori del percorso espositivo.
Grazie al loro impegno, la mostra si sviluppa come un’indagine rigorosa e sensibile su un arco cronologico cruciale, compreso tra i 33 e i 52 anni dell’artista, mettendo in luce un momento di intensa definizione linguistica e identitaria. Il racconto espositivo è coerente, capace di valorizzare la dimensione più intima e sperimentale della Nevelson, restituendone una complessità spesso oscurata dalla notorietà delle grandi installazioni lignee della maturità.
Cuore pulsante dell’esposizione è la selezione di terrecotte, opere che sorprendono per la loro forza plastica e per una coerenza stilistica già pienamente raggiunta. In esse si coglie una straordinaria capacità di sintesi formale e una profonda consapevolezza del materiale ceramico, inteso non come semplice supporto ma come vero e proprio linguaggio espressivo. Le superfici vibranti, le volumetrie compatte e la tensione interna delle forme restituiscono un universo primigenio, in cui la materia sembra farsi corpo e memoria.
Accanto alle sculture, un ruolo fondamentale è rivestito dai disegni, che costituiscono una chiave di lettura indispensabile per comprendere il processo creativo dell’artista. Nei tratti essenziali e incisivi si riconosce la stessa tensione tra segno e massa che caratterizza le opere tridimensionali: i disegni non sono studi preparatori, ma veri e propri territori autonomi, in cui l’immaginario di Nevelson prende forma con immediatezza e radicalità.
Le sculture esposte, spesso segnate da una sintesi zoomorfa suggestiva, rivelano un’artista ancora attraversata da influenze europee – in particolare dal cubismo e dalle avanguardie del primo Novecento – ma già proiettata verso una piena autonomia espressiva. Le masse compatte e le strutture essenzializzate dialogano con una dimensione arcaica e simbolica, in cui affiorano echi di culture ancestrali e fascinazioni mesoamericane.
Elemento centrale di questo linguaggio è il nero, utilizzato in modo potente e consapevole. Lungi dall’essere una semplice scelta cromatica, esso assume un valore simbolico stratificato: è lutto e memoria, ma anche origine e materia primordiale, legata a una dimensione profondamente femminile e generativa. In questo senso, Nevelson costruisce una dialettica intensa tra pieno e vuoto, tra luce e oscurità, facendo emergere volti e figure da blocchi compatti con una purezza quasi sacrale.
L'influenza del cubismo emerge chiaramente nelle opere di Nevelson, caratterizzate da masse compatte e una struttura che richiama le essenzializzazioni degli avanguardisti del secondo decennio del secolo. Tuttavia, la sua arte resta permeata da drammi e tensioni profonde, riflettendo un'estetica crepuscolare e carica di oscuri presagi, anche quando innestata dalle fascinazioni mesoamericane.
Nel suo insieme, questa esposizione si configura come un momento di riscoperta e valorizzazione di Louise Nevelson, figura iconica e imprescindibile del secondo Novecento. Attraverso le ceramiche e i disegni, emerge con forza una personalità artistica complessa, capace di coniugare radici europee e sensibilità americana, materia e simbolo, rigore formale e tensione emotiva. Un’artista che, grazie anche all’intuizione e alla dedizione dei Calarota, viene qui restituita nella sua dimensione più autentica e profonda.